Il basic income e’ un diritto?

Di questo impressionante insieme di prese di posizione e di atti di indirizzo degli organi  dell’Unione europea il Libro Verde in sostanza tace; anche se tratta di un tema, quello della lotta all’esclusione sociale, da tempo integrato tra i settori oggetto di un “metodo aperto di coordinamento” che offre indicazioni ed obiettivi agli Stati (e che seleziona le best practices europee).

La materia peraltro è non solo oggetto di “politiche”, ma è anche connessa a diritti  fondamentali che la Carta di Nizza e le due Carte sociali europee (la Carta dei lavoratori e delle lavoratrici comunitarie del 1989 e la Carta sociale europea, entrambe ratificate dal nostro paese) tutelano e proteggono.

Il Libro Verde, pur nelle sue improvvise fughe “innovatrici” in settori tanto disparati, è totalmente refrattario alla semantica dei diritti, sia di stampo nazionale che di costruzione europea: la Carta del 1948 è ignorata così come il Bill of rights di Nizza del 2000 (7), sebbene quest’ultima rechi sia una disposizione in materia di reddito minimo sia una norma a tutela del  licenziamento ingiustificato (che il Libro Verde sembra considerare, sia pure di sfuggita, solo come una tutela “formale”, di tipo legalistico da superare).

Le indicazioni europee, frutto di un lento ma costante consolidamento degli ultimi anni, sono in sostanza disattese nel Libro Verde italiano e il mancato riferimento al quadro
sovranazionale sembrerebbe non casuale.

Le indicazioni europee, frutto di un lento ma costante consolidamento degli ultimi anni, sono in sostanza disattese nel Libro Verde italiano e il mancato riferimento al quadro sovranazionale sembrerebbe non casuale.

Il Libro Verde non opta per il varo di una copertura universalistica del reddito “di base” anzi la esclude categoricamente riferendosi alla conclamata esperienza “fallimentare” dell’ormai decaduto “reddito minimo di inserimento” che ha visto soltanto una breve sperimentazione nel nostro paese, anche malgrado le indicazioni e le sollecitazioni che l’Eurostat richiamava nel rapporto dal titolo “Povertà ed esclusione sociale nell’UE-25”, da cui si evince che il 19% della popolazione italiana vive sotto la soglia di povertà e che (cfr. il rapporto) “il quadro sarebbe ben più preoccupante senza le reti di protezione sociale dei singoli stati membri”. Per dimostrare l’importanza dell’intervento pubblico, Eurostat ha inoltre calcolato i tassi di rischio povertà per ciascun paese al netto di qualsiasi contributo (pensioni incluse), ed ha fatto così emergere un quadro allarmante, dal quale risulta che in questa graduatoria, senza interventi sociali, il 42 per cento della popolazione italiana sarebbe a rischio povertà nei prossimo anni.

Dov’è l’Europa?

Quel che in primis sorprende nel Libro Verde è lo sguardo rigorosamente nazionale. Alle indicazioni, ai documenti ed agli atti dell’Unione europea le 24 pp. fanno solo tre fugaci riferimenti. Nel primo l’introduzione a firma del Ministro richiama il Libro verde della  Commissione europea sulla salute e le politiche della Lisbon Strategy per sottolineare la stretta  connessione tra salute e prosperità economica: ci sembra un appello all’Europa così generico da  avere scarso significato. Il secondo (pag. 11) è altrettanto anodino ed irrilevante: dopo aver detto (pag. 11) che un “nuovo welfare dovrebbe facilitare la mobilità, combattere le discriminazioni, prevenire i bisogni (?), contrastare la povertà”, si aggiunge che “al rinnovamento interno deve peraltro corrispondere anche un impegno dell’Unione Europea affinché il processo di liberalizzazione degli scambi commerciali si accompagni con il riconoscimento universale di alcuni diritti minimi in modo che sviluppo economico e dimensione sociale procedano ovunque di pari passo. Sarebbe sufficiente un riferimento alle convenzioni dell’ILO in materia di salute e sicurezza nel lavoro e di diritto alla libera
associazione sindacale”.

Questo secondo riferimento è invece del tutto oscuro ed enigmatico: il governo italiano sembra imputare qualcosa all’Unione in materia di diritti universali minimi, ma
si riferisce alle politiche esterne di cooperazione allo sviluppo o a quelle interne? Se fosse il primo caso in sostanza si finirebbe per proporre che nelle cosiddette human rights clauses (che vengono apposte agli accordi commerciali o di sostegno con i paesi del terzo mondo) vengano valorizzate le convenzioni ILO prima indicate, il che sembra del tutto ragionevole anche se già ampiamente realizzato. Se dovesse invece valere la seconda ipotesi (posto che in genere le convenzioni OIL sono rispettate dalla normativa comunitaria e che sono tra le fonti della Carta europea dei diritti fondamentali più nota come Carta di Nizza) il discorso sulla dimensione
sociale dell’Unione ci sembrerebbe, allora, evocato in modo talmente impreciso, allusivo e generico da rendere molto difficile prendere una qualsiasi posizione; si tratterebbe in realtà di un “rimbrotto” all’Europa senza alcuna contestualizzazione e reale consistenza. Se davvero questa fosse l’ipotesi sarebbe, poi, da chiedersi perché mai “la dimensione sociale” da salvaguardare debba riguardare solo “alcuni diritti minimi”, visto che la Carta di Nizza offre un elenco molto aggiornato ed inclusivo di diritti socio-economici, di vecchia come di nuova generazione.

Le iniziative comunitarie in tema di flexicurity

Il metodo della consultazione degli attori pubblici, delle parti sociali e dell’opinione pubblica più in generale attorno a temi sui quali si intendono promuovere politiche di riforma è certamente innovativo e razionale ed è stato con successo sperimentato da tempo dagli organi dell’Unione europea: negli ultimi anni, specie in occasione del dibattito sulla “modernizzazione del diritto del lavoro” e sulla formulazione di principi comuni di flexicurity, ha mostrato un potenziale partecipativo inatteso e insperato portando a “dire la loro” centinaia di associazioni di ogni tipo, dai sindacati alle organizzazioni professionali, alle ONG, a gruppi accademici e centri di ricerca.

Il materiale accumulato è stato poi ripreso nei dibattiti molto serrati del Parlamento europeo e fatto oggetto di ulteriore riflessione e discussione nelle procedure della
cosiddetta “governance” europea. Il presupposto perché tali momenti funzionino effettivamente come arene “allargate” di discussione ed elaborazione è dato dal fatto che i temi vengano prescelti con tecniche di selezione rigorose e che le domande, pur avendo ancora una ratio esplorativa, siano tali da alludere a prospettive sufficientemente precise.

Solo a queste condizioni chi interviene può presentare opzioni non astratte e generiche, ma dare indicazioni fruttuose per un dialogo costruttivo, ancorché in itinere, così da presentare un “punto di vista” maggiormente connesso all’agenda di cui si discute.

I pareri espressi sul Libro Verde della Commissione europea sulla “modernizzazione del diritto del lavoro” sono stati i più vari, ma indubbiamente il documento comunitario possedeva a monte la capacità di provocare un dibattito su aspetti concreti e tangibili e di alimentare un confronto su aspetti cruciali della società europea che si è poi dipanato, approfondendosi, anche attraverso importanti ed accurate Risoluzioni del Parlamento europeo.

Alcune proposte suggerite nel Libro Verde sono state accantonate, altre privilegiate, su moltissime ipotesi i lavori di riflessione sono in corso, segno che l’attivazione della consultazione non è stata puramente formale (e di facciata). E’ quindi certamente apprezzabile che anche il Governo italiano abbia scelto questa metodologia di lavoro comunitario (1), ma il Libro Verde sul futuro del modello sociale europeo “La vita buona nella società attiva” non sembra prima facie possedere quelle virtù Cfr. F. Liso “ mercato del lavoro e ammortizzatori sociali nel libro verde” in www.nelmerito.com, 3-10-2008.

Diversi tipi di iniziative comunitarie

Riportiamo le dichiarazioni del sito del governo specificando che:

Le iniziative comunitarie hanno lo scopo di completare l’azione dei Fondi strutturali in determinati settori.

Le iniziative comunitarie sono preparate dalla Commissione, ma applicate sotto il controllo nazionale. Ogni Stato designa un’autorità responsabile dell’attuazione di ciascuna iniziativa.
Per poter partecipare ai programmi i promotori di progetti devono quindi mettersi in contatto con tali autorità.

Le iniziative comunitarie sono quattro:

Equal: cooperazione transnazionale per la lotta alle discriminazioni e alle disuguaglianze nel mercato del lavoro.
E’ finanziata dal Fse
Interreg: cooperazione transfrontaliera, transnazionale e interregionale intesa a promuovere uno sviluppo e un assetto armonioso ed equilibrato del territorio europeo.
E’ finanziata dal Fesr
Urban: recupero economico e sociale dei quartieri in crisi delle città, per sostenere uno sviluppo urbano duraturo.
E’ finanziata dal Fesr
Leader+: sviluppo rurale tramite gruppi di azione locale.
E’ finanziata dal Feaog. Nelle politiche di coesione 2007/13 tali iniziative saranno ricomprese nel nuovo obiettivo cooperazione territoriale europea e finanziate dal Fesr.

Testo tratto da:

http://www.lavoro.gov.it/Lavoro/Europalavoro/SezioneEuropaLavoro/Utilities/Glossario/Iniziativecomunitarie